Web: bugie e disinformazione online

Pubblicato il Pubblicato in Editoria Web, Google, The Fuffington Post

Perché questo articolo?

Una premessa è giusto farla: conosco ottimi giornalisti e testate ed è per questo che non capisco come e perché l’editoria tradizionale: giornali, quotidiani, solitamente “generalisti” con versioni online, spesso pubblicano articoli che non rendono merito alla loro categoria professionale e ancor meno fanno un servizio di “informazione” nell’utilizzo del mezzo digitale.

Non sono un giornalista, non mi permetterei mai di entrare nel merito di cose che non conosco, ma allo stesso modo riferendomi al caso Volunia, non vorrei si parlasse senza conoscere bene i fatti.

Per questo Vi invito a leggere l’articolo: Volunia: bugie, verità e disinformazione di Giorgio Taverniti.

Fatta questa premessa, personalmente credo che:

Ho già espresso il mio punto di vista rispetto alla trasmissione Report dove, si sono fatte considerazioni in tema “social e web”, che ha lasciato tutto il mondo professionale della rete sgomenti. Nulla è attribuibile alla bontà della giornalista di riferimento (la bravissima Milena Gabanelli), ma la redazione ed i loro consulenti esterni per quella puntata hanno utilizzato fonti discutibili, creando un caso che avrebbe dovuto quanto mai far riflettere su metodologia e importanza nel dare le giuste informazioni, più che “innescare” inutili allarmismi o false indicazioni di utilizzo del mezzo digitale.

Un articolo a firma di Gianni RiottaLe vite degli altri e gli eccessi dei new Google” pubblicato su La Stampa online, ha suscitato il mio interesse e contemporaneamente la mia delusione. Infatti, i media tradizionali che hanno anche canali nel web, divulgano informazioni attraverso “giornalisti” che forse del web hanno una visione del tutto personale o comunque poco attendibile e approfondita, a differenza di quanti lo creano e lo sviluppano.

Gianni Riotta La StampaIl tema trattato dal giornalista è la imminente applicazione delle “Nuove norme sulla privacy e termini di servizio” di Google e quanto affermato e scritto ha un carattere critico e poco obbiettivo, rispetto a quanto è nella realtà applicato e dichiarato pubblicamente dallo stesso Google.

L’immagine a lato chiarisce la posizione di Google e ne spiega tutte le novità oltre che l’eliminazione delle precedenti norme (molto più permissive delle attuali o non aggiornate rispetto ai nuovi strumenti messi a disposizione) a tutela degli utenti “registrati” e dei loro contenuti digitali.

E’ bene far notare, Riotta questo lo ha omesso, quando sono in un social network, ho la facoltà in qualità di utilizzatore, di rendere contenuti “pubblici” e quindi, sogetti ad essere archiviati, trattati o comunque, ad essere oggetto di studio o di “sfruttamento” ma… e qui il ma è d’obbligo, è una scelta dell’utente.

Non si fanno paralleli con altri sistemi, Facebook ne è un esempio chiaro e palese di come, il virale e l’importazione dei dati contenuti in un account personale, sono spesso violate dalle App (applicazioni) che dopo aver ricevuto “autorizzazione” dall’utente, importano l’intera lista di contatti, post, immagini e quant’altro, senza sapere l’uso che ne possono fare.

Riotta e la Privacy Facebook

E’ pur vero che io “autorizzo” quella App e quindi rinuncio ai miei diritti. Inibisco il filtro Privacy sottoscritto all’atto della registrazione a Facebook e per giocare, condividere o altro… c’è chi utilizza i miei dati. Quanti di voi autorizzano App senza mai soffermarsi a leggere l’avviso che appare?

Informare è ben altro di quanto affermato in quell’articolo su La Stampa. Personalmente non immagino nemmeno se sia stata fatta una lettura approfondita delle nuove norme, migliorate di molto rispetto al passato e che comunque trovano un riscontro logico di funzionamento anche nel Social Network di Google (G+) dove, è sempre più facile “condividere”, scegliendo solo persone di appartenenza alle cerchie personali di amici, a una sola persona, a più cerchie di amici oppure “pubblica“.

Non dimentichiamoci che Facebook ha “copiato” o “seguito” questo esempio di utilizzo di Google. Non mi sembra che Riotta abbia scritto nulla di simile in precedenza, in tema di dati e contenuti di Facebook, in riferimento alla sicurezza, privacy e quant’altro.

Parlando di Facebook, rispondendo sempre a quanto letto nell’articolo “contro Google”, è bene fare notare che la presentazione di Facebook e del suo nuovo “diario” chiamato Timeline, tutto può essere condiviso ed è diabolicamente preciso. Potrei condividere tutto della mia persona dalla nascita, quando e dove mangio, che musica ascolto… (il video, chiarisce nello specifico).

Allora, se proprio di tutela dei dati e dei contenuti vogliamo parlare, è inutile fare del “terrorismo” mediatico citando nomi illustri. E’ inutile “leggere” degli articoli che non ci portano ad altro che “avere paura” di quanto facciamo in rete.

E’ bene invece “leggere” quanto ci viene proposto la dove ci iscriviamo, in qualsiasi sistema che prevede interazioni con altri utenti, condivisione di documenti e quant’altro, è indispensabile prestare attenzione alle norme di UTILIZZO. E’ fuori discussione che siamo “monitorati” tutti i giorni e da tutte le parti, il buon utilizzo dei mezzi messi a disposizione, la consapevolezza che le nostre immagini, le nostre esternazioni, i nostri avvenimenti, possono essere dati che in qualche modo servono a profilare pubblicità mirate, indagini e via di seguito, chi non lo sa?

A differenza della televisione pubblica e commerciale, siamo noi a scegliere, dobbiamo essere attenti a non aver fretta di “accettare” o di premere “si”, su norme che riguardano i nostri contenuti ed imparare anche l’utilizzo dei “social network” senza avere nessuna pregiudiziale su l’uso che ne faranno dei nostri dati perché… è normale che un servizio “gratuito”, proponga pubblicità in cambio. In questo, nulla è cambiato rispetto al passato.

Meglio cercare in rete e chiedere attraverso i social network. Comprendo che c’è chi deve scrivere per guadagnare, ma sarebbe meglio si occupasse di gossip, di Sanremo, più che parlare di argomenti tecnici e specifici, cercando del sensazionalismo collegandolo a nomi illustri. Il web è chiaro, le Leggi a tutela della privacy esistono ed è spesso solo un problema di “ignoranza” dovuta alla disinformazione che talvolta, come in questo articolo che ho letto, diffondono delle false e fuorvianti informazioni, che sono lontane dalle correte indicazioni su cosa fare o non fare, modalità d’impiego o fare attenzione a come e cosa si condivide in rete.

Gentile Riotta, non me ne voglia, via Twitter non mi risponde e tant’è… Tuttavia, ho avuto tempo di fare qualche ricerca in rete proprio su Google e allego qualche link utile a fare informazione, lasciando che i lettori si facciano una loro obbiettiva idea:

N.B.:
I contenuti a cui fanno riferimento i link sopra elencati, sono reperibili in rete attraverso l’utilizzo normale di un motore di ricerca.

Per quanto sopra scritto, mi augurerei che il direttore Mario Calabresi della testata “La Stampa.it”, rediga una “errata corrige” proponendo “articoli di pura informazione” utilizzando “professionisti” della rete, nella speranza che il giornalista qui citato, si occupi in futuro di altro e non di web.

Alessandro Vitale

DBATrade

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5 pensieri su “Web: bugie e disinformazione online

  1. Siamo alle solite insomma…

    vabbè, una volta all’anno almeno – a quanto pare – dobbiamo sorbirci il “ministero della semplificazione” all’italiana, evidentemente. Mi era sfuggita questa notizia, grazie per averla riportata.

    Penso ad un recente articolo di Serra su Repubblica che criticava un pò a gratis gli utenti Twitter, con un tono nostalgico che ricordava – in modo atipico per il giornalista in questione – che quasi-quasi “si stava meglio quando si stava peggio”… l’argomento della paranoia per la privacy è già sentito, ma ad un certo punto, e scusami per la brutalità: chi ci obbliga a stare sui social network e a mettere la data di nascita reale, il nome reale, il cellulare reale?

    Quei dati che rimarranno per sempre sulla rete… chi li ha inseriti, se non gli utenti nel 90% dei casi?

    Ciao,
    Salvatore

  2. Da un capo e da un lupo come te…

    Salvatore, quello di Riotta come per Serra, sembrano i soliti casi che servono per “fare cassetta”, accessi ai siti e logicamente, dove puoi avere “ridondanza”, retwitt… commenti e polemiche se non parlando male dei social network che hanno di fatto, economicamente, hanno annullato l’editoria tradizionale?

    Ecco come le testate online delle “riviste” popolari, quotidiani, mensili, devono (…non più come una volta) dimostrare gli accessi a un sito per poter “proporre” a chi fa advertising che la loro pubblicità, con quegli accessi… ha quel determinato costo. Di informazione, giornalismo, verità, come dimostrato da quello che ho scritto, non se ne vede e non se ne parla e mi dispiace per Serra che si presta a questi giochetti che possono andare bene per un lettore generico ma non a chi la rete e i social network, li usa e li crea dalla notte dei tempi.

    Controlla a quanti rispondono, a quanti seguono, a quanti fanno social e poi non mi venissero a dire che loro sono degli “utenti” sociali, si tratta di canali monodirezionali che meriterebbero un DEFOLLOW collettivo di protesta; nei social, si è tutti uguali!

    Cosa vuoi che ti dica? Ci dobbiamo bere quello che scrivono? A me non sta bene e di certo non mi metto a scrivere che loro non sanno fare del giornalismo; ci mancherebbe tuttavia, è proprio il caso di dirlo… loro mettono in dubbio il mio settore e allora le palle mi girano!

    Alex

  3. Bhe se pensi che Twitter è stato presentato dalla stampa ufficiale come “il social dei VIP” … è una definizione che fa francamente rabbrividire, a proposito di “tutti uguali”. Se ci pensi questa degenerazione succede sempre con i settori corporativi, alla fine, non solo coi giornalisti.

    Intendiamoci poi… È INDISPENSABILE che ognuno di noi “addetto ai lavori” dica la propria a testa alta, stare a guardare non è MAI una buona cosa… ma tieni conto che un quotidiano online sarà visto sempre in modo più “autorevole” del più autorevole dei blogger, che sono raffigurati da sempre come persone che fissano il proprio ombelico e riportano le cose per “sentito dire”. Il paradosso è che la superficialità di informazione viene perdonata dall’uomo della strada ad un giornalista, proprio perchè: “eh, NON è mica un addetto ai lavori”… pero’ scrive per professione, per carità. Che vuoi farci…

    I giornalisti, in media, possono fare quello che gli pare fin quando l’editore da’ il placet… se mi parlano bene di Volunia (salvo poi rettificare con la coda tra le gambe) o se criticano la tecnologia modalità “baretto sotto casa” prendendo pure abbagli colossali è giusto e sacrosanto scrivere articoli come il tuo :)

  4. Grazie Salvatore.

    Di solito non replico ma in questo caso… una precisazione va fatta!

    Attenzione, se parliamo di “giornalismo” inteso come “ricerca e accuratezza delle fonti”, di giornalismo investigativo, di cultura è un discorso altrimenti… quello che ho letto e più volte visto nuovamente su quelle testate… sfrutta la popolarità per avere dei risultati e non per fare quello che un giornalista dovrebbe fare.

    Detto questo, non parlerò delle corporazioni, mi sembra superfluo e quanto mai “inutile” perché è un fatto conclamato che non si può parlare di “cultura digitale” ma solo e meramente di “adverising” traslato da una editoria tradizionale ormai alla fine della sua vita. A rimetterci sono i giovani, quei ricercatori/sviluppatori che a fronte di contribuzioni molto elevate, preclude la possibilità di “attingere” a quelle fonti/clienti che avrebbero il potenziale di “evolvere” concretamente il nostro settore.

    Il tutto si traduce in “porcheria” mediatica di “utilizzatori” che ignari… danno credito e peso a quanti non hanno nessuna competenza di web, social, rete ecc… per fortuna, c’è anche chi ha il coraggio di dire la propria ed è previsto dal nostro codice civile: “diritto di critica” che non è punibile. Per tutto il resto, il web è una ottima fonte di cultura e il meno sciocco, è capace di fare una piccola ricerca e leggere da più fonti l’argomento che ha suscitato interesse e farsi una propria opinione anche, su quanto scrivono questi “signori”.

    Per fortuna, ho avuto modo di conoscere dei giornalisti, Antonio Soccol è stato un mio punto di riferimento e mio amico dal quale, ho imparato il rigore e l’importanza della comunicazione che, non deve mai essere fine a se stessa, banale, faziosa o al soldo di qualsiasi logica. La libertà nasce anche nel poter essere giornalisti con la “G” maiuscola e non nel mucchio di quanti scrivono tanto per scrivere e spesso, non sapendo nemmeno di cosa stanno scrivendo.

    Etica e morale… in questo, l’utente finale, è quello che viene bersagliato da pubblicità nascoste, fini di logiche di advertising e di poca informazione; non mi si può dire che se un “VIP” compra dei fiori… è una notizia ma intanto, tra questo mio articolo e quella che “compra fiori”, quello più commentato e condiviso, è l’articolo che non ha nulla. Forse hanno ragione loro, manca la cultura ed è ancora più triste scoprirlo qui in Italia dove, la cultura è stata per secoli, la panacea della nostra civiltà.

    Non è grazie a questi signori, quanti scrivono non conoscendo che ci sarà un cambio di tendenza, in questo ci vedo ancora di più “la volontà” di rendere meno edotti gli utenti per poterli violentare con pubblicità ed affini ma attenzione, continuando su questa strada, i “cervelli” non potranno che guardare altre realtà impoverendo ulteriormente la nostra società. E’ un fatto, le riviste, i quotidiani, le riviste specializzate, hanno sempre meno rilevanza e vendita diretta mentre, gossip e robe simili… non solo mantengono mercato ma in qualche caso, lo incrementano; non credo sia questa la tendenza sulla quale insistere.

    Colpa nostra, sarebbe sempre importante segnalarci tra di noi articoli dubbi, non fare sharing ma scrivere facendo cultura e non il loro gioco.

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